Impronta 001: Vaim di Jon Fosse
Memoria in movimento
Dopo il Nobel del 2023, Jon Fosse torna al romanzo in modo asimmetrico, frammentato rispetto alla Settologia, ma la frase resta sempre una sola, resta sempre presente il tentativo di rendere la forma prosaica un magma ininterrotto, un’unica enunciazione che non prevede inizio e fine.
Vaim è il primo libro di una nuova trilogia, Vaim è anche un trilogia di voci che parlano e pensano e ricordano e che permettono a Fosse di ragionare e riflettere sul concetto di relatività, di assenza della verità.
Il primo e il terzo frammento sono voci (Jatgeir e Olav, due pescatori legati dall’amore che provano per Eline) che da un presente immobile rievocano un passato che può essere solo ricordato e rammentato (avevo pensato, avevo fatto, avevo detto, ma con un presente storico per avvicinare il ricordo al tempo del lettore: ma ora Eline mi aveva chiesto se avevo voglia di ballare). Addirittura alcuni ricordi per i personaggi sono difficili da far riemergere (no, non ci voglio pensare).
Il secondo frammento, collocato temporalmente tra il primo e il terzo, è una voce (Elias, unico amico di Jatgeir) immersa in un presente in movimento, mobile, dinamico, che accade (dico, penso, faccio) e che allinea lo stato fisico e mentale del personaggio a quello del lettore (medesima prospettiva costruita nella Settologia).
Nella città immaginaria di Vaim, Fosse costruisce tre uomini solitari, incapaci di comunicare, privi di volontà, e li disegna attraverso elementi particolari, leggermente deviati, che permettono ai temi del libro di manifestarsi concretamente: Jatgeir in una giornata compra due volte ago e filo a un prezzo esorbitante, Elias sente bussare alla porta ma non c’è nessuno, Olav è costretto a cambiare nome per stare con una donna.
Jatgeir, Jatgeir, era di nuovo la voce e adesso più nitida, più forte, Jatgeir, Jatgeir diceva e quella voce di donna ha detto di nuovo Jatgeir e adesso ero certo di non stare sognando, c’era davvero qualcuno che diceva il mio nome e allora, se qualcuno mi stava chiamando, dovevo uscire per vedere chi poteva essere, o almeno pareva che la voce provenisse dal molo ed ero curioso di sapere chi stava chiamando il mio nome, sì, certo che lo ero, ho pensato
(Vaim, Jon Fosse, La nave di Teseo, 2025, traduzione di Margherita Podestà Heir)
Identità, metamorfosi e relatività del vero
Il tema identitario del nome, già fondamentale nella Settologia, è di nuovo elevato a elemento cardine della narrazione e manifestazione del magma sociologico dei personaggi: Jatgeir in realtà si chiama Geir, Eline si chiama Josefine e per un periodo si fa chiamare anche Franka e Frenka, Olav è costretto a cambiare nome in Frank.
Soprannomi che diventano nomi, nomi estranei che vengono assunti come nomi identitari, ma è la frammentazione del nome di Eline/Josefine/Franka/Frenka la scelta più articolata e profonda di Fosse e che gli permette di disegnare un personaggio disunito, frammentato, percepito in modo diverso da chi lo conosce con un nome rispetto a un altro.
Ecco che esplode il tema della relatività: chi è questa donna? È la idilliaca Eline di cui Jatgeir è innamorato da tutta la vita e che è vittima di un matrimonio da cui vuole scappare? É la misteriosa Eline che descrive Elias? È la Josefine autoritaria e dominante che costringe Olav a sposarla e a cambiare nome?
e allora la chiamavano anche Frenke-Franka o Franke-Frenka, però il suo vero nome, Eline, non veniva quasi mai utilizzato, né a Sund né a Vaim, di solito era conosciuta come Frenka o Franke-Frenka, ma mai nessuno, a parte me, la chiamava Eline e in effetti non era molto simpatico che gli altri non la chiamassero Eline, il suo vero nome, benché in realtà fosse stata battezzata Josefine, me lo aveva detto una volta in confidenza ed è quello il nome che è inciso sulla sua lapide, quindi non sono in molti, a parte quei pochi, per così dire, intimi, sì, in realtà forse solo i pochi che erano presenti ai funerali, dove il pastore aveva usato il suo vero nome Josefine, a sapere come Eline o Frenka o Franke-Frenka si chiamasse realmente, e anche a Vaim smisero del tutto, come del resto a Sund, di chiamarla Eline(Vaim, Jon Fosse, La nave di Teseo, 2025, traduzione di Margherita Podestà Heir)
L’impronta è un segno, è la prova di un passaggio, e approfondire un’impronta appena lasciata significa analizzarla prima che il tempo la possa modificare o cancellare.
Impronta ha la forma di un appunto sparso, grezzo, e osserva le prime tracce lasciate da un romanzo uscito da poco per capire come si colloca nella bibliografia del suo autore e come incide sul panorama letterario contemporaneo.