Kirillov è nichilista

Impronta 003: Il libro bianco di Han Kang

Trovare la forma

[…] il neonato si zittisce. Forse perché ha riconosciuto un odore. O forse perché i due sono ancora uniti. Gli occhi neri del bambino, che ancora non vedono, si girano verso il viso della donna – verso il punto da cui proviene la sua voce. Senza sapere cosa abbia avuto inizio, i due sono ancora uniti. Nel silenzio in cui aleggia l’odore del sangue. Con le fasce bianche tra i corpi.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)

Secondo Wikipedia, un libro bianco è il rapporto ufficiale su un determinato argomento.

Edito Adelphi a novembre 2025, Il libro bianco è titolo del nuovo testo di Han Kang. Strutturato in tre sezioni (IoLei Tutto il bianco), si tratta di scrittura per frammenti. I quali frammenti, sebbene inscritti in un discorso più ampio (che cercheremo di delineare), godono di autonomia significante.

Anne Carson, prima, e poi Maggie Nelson. Rispettivamente Autobiografia del rosso Bluets. Libro, il primo, che aveva come leitmotiv il rosso laddove nel romanzo di Nelson ricorreva il blu.

Parimenti, Il libro bianco di Han Kang è un testo disperato. Si propone come libro tematico, dove ogni frammento – che sia per via della neve o di un lenzuolo – riporta un oggetto bianco. Vero tema è la morte; a livello extradiegetico, un diario dell’autrice. Diario fallimentare. Di fronte alla datità opaca del dolore, Han Kang cerca una sistematizzazione. Si convince, l’autrice, che tessendo una trama dove i fili sono tutti bianchi, l’ordito regga al peso della vita vissuta. Inaccettabile sarebbe il dolore se neanche si facesse il tentativo di iscriverlo in un quadro. È insomma il senso dell’esperienza estetica. La scrittura, lungi dall’essere rinfrancante, è una modalità di salvezza dal magma bruto che è la contingenza, dal tutto pieno dell’ingiustificabilità. Quando l’autore o l’autrice stabiliscono nessi causali, oppongono vera resistenza all’esistere oppressivo. Caotica e senza telos, la vita è sopportabile solo se si è raggiunta una forma, una struttura in cui inserirla. Ciononostante, è un conseguimento illusorio, ma può bastare.

In apertura, la nascita nel bianco; segue:

«Ti prego, non morire». Un’ora più tardi, la bimba morì. Distesa su un fianco con la figlia morta stretta al petto, la sentì raffreddarsi a poco a poco. Poi non ebbe più lacrime.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)

dove la Kang racconta il trauma della sua famiglia: la bambina morta appena dopo il parto, quella che sarebbe stata di Han Kang la sorella maggiore. La pupetta cui la madre si rivolse implorandole di restare in vita. E venne il freddo e il ghiacciarsi degli arti. E venne la morte nel biancore dell’ospedale, nell’odore aspro della candeggina.

Il discorso (extra)diegetico

Al buio, certi oggetti appaiono bianchi. Basta che una tenue luce si insinui nell’oscurità, e anche le cose che non sono bianche emanano un vago chiarore. […] Pensavo intensamente al suo volto – il volto di lei che assomiglia a questa città. Aspettando di veder emergere a poco a poco i suoi lineamenti, la sua espressione.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)

Nella prima elegia, Rilke parla degli angeli: tutti tremendi. Non si sa se vaghino tra i vivi o tra i morti. Dei quali morti parla poi. Dei morti l’imprescindibilità. Come potremmo vivere senza di loro? chiede il poeta.

Si può dire che la struttura de Il libro bianco sia la riproduzione della mente paranoica. Il mondo, dal suo silenzio, comincia a parlare, a significare. E tutto, per il paranoico, diventa segno. Così la narratrice de Il libro bianco. È proprio questa singolarità a far sì che il lettore scinda Han Kang narratrice dalla Han Kang autrice. Procedimento, questo, necessario. Se tra le due figure ci fosse totale sovrapposizione, dovremmo accettare l’inverosimiglianza, che invece è conditio sine qua non della narrativa (perché, così Truffaut a Hitchcock, la verosimiglianza è il limite del documentario). Accettando il patto narrativo, standocene da questo lato della quarta parete, stiamo al gioco. Garantita la partecipazione attiva del lettore, siamo disposti a trovare tracce di senso – i “segni” del paranoico di cui sopra – in ciò che è evidentemente slegato da Han Kang e dalla sua tragedia.

Giustamente non è tematizzato questo gioco; la voce di Han Kang che ne parla, pure, la sentiamo. Sottotesto soffuso a ogni frammento, una domanda, un invito: Riusciamo a trovare un motivo ricorrente che giustifichi tutta questa infelicità?

Al che non si è più nel territorio del memoir, del diario, ma nella pura narrativa.

Come detto, Il libro bianco si articola in tre sezioni: la prima, con Han Kang che parla; la seconda, dove Han Kang si eclissa per parlare della sorella mai nata e una seconda parte che fa da sintesi ai due movimenti che precedono.

La verità

Mentre camminava contemplando quel paesaggio, aveva visto anche, sparsi sulla sabbia, dei pesci congelati ricoperti di squame candide. In giornate come quella, la gente del posto diceva che il mare gelava.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)

Altro tentativo di Han Kang è quello di raggiungere il tutto attraverso le parti. E qui, di nuovo, l’aspetto tragico dell’opera. Si è detto che essa è un grido di disperazione, quello di fronte all’impossibilità di giustificare il male; ancor più impossibile, se vogliamo, è esaurire un tema. L’ambizione alla totalità, alla vera sintesi poetica – ciò verso cui un’autrice o un autore possono solo tendere.

Nell’attimo in cui inizia a cadere la neve, la gente si ferma, qualunque cosa stia facendo, e rimane a guardarla per un po’. I passeggeri sugli autobus alzano la testa e fissano fuori dal finestrino.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)

Questo primordiale senso di mancanza – da dove viene? Han Kang parla alla sorella: morta di una morte che ha permesso la vita dell’autrice.

Ogni onda, nell’istante in cui si frange, esplode in un bianco abbagliante.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)

Scrivere non serve a niente, dice Daniele Del Giudice, ma non si può fare altro.
Scrivere è fallire.
Nel migliore dei casi, è arrivare a capire che si deve tacere, proprio quando si è (solo) sfiorata la verità. Come Kafka, tradito.
Un solo successo consente la scrittura. Indicare se la proposizione che segue è vera o falsa: “Kirillov è nichilista”. Nessuno dirà mai che è falso, malgrado Kirillov non sia mai esistito. Come non è esistita la sorella di Han Kang. Ma, grazie a Il libro bianco, non si può dire, nessuno potrà mai dire che la proposizione “Durante un’allerta meteo per forti nevicate, camminava da sola in mezzo alla tormenta” sia falsa. Questo, in sintesi, dice Saul Kripke.

Accadde qualche anno fa, durante un’allerta meteo per forti nevicate.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)

L’esperienza estetica

Han Kang, che per una vita ha sentito la morte, che solo a ventidue anni ha chiesto che i genitori le spiegassero della sorella deceduta, ha dato la forma del bianco all’atrocità opaca.

Così Massimo Recalcati:

La sublimazione artistica, sostiene Freud stesso, non è un meccanismo di difesa dal reale, non è espressione della sua rimozione. Piuttosto, come anche Lacan ha fortemente evidenziato, si tratta di costeggiare la sua incandescenza, senza evitarla, negarla o occultarla ma senza nemmeno cadervi dentro. In questo punto Sartre si rivela assai prossimo all’elaborazione della «prima estetica» di Lacan, quella che concepisce la pratica dell’arte come una sublimazione che, diversamente da quella religiosa e da quella scientifica, non prova ad evitare (sublimazione religiosa) né a turare (sublimazione scientifica) il vuoto di senso della Cosa, ma lo sa organizzare in una forma possibile. Nei termini della filosofia di Sartre più matura potremmo affermare che il «rigore costruttivo» della sublimazione artistica mantiene la fatticità dell’esistenza in stretto rapporto alla sua trascendenza come ciò che risulta in grado di significare retroattivamente questa stessa fatticità […]

Ritorno a Jean Paul Sartre (Massimo Recalcati, p. 35, Einaudi, Torino, 2021)

Memoir di finzione sulla trascendenza che l’arte rende possibileIl libro bianco si inscrive nel solco dei romanzi scritti da autori che, giunti a un certo punto della loro produzione, vogliono far tornare la concordia tra i morti che li abitano, come accadeva al Fellini di 8 ½ .

E in quel bianco, tra tutte quelle cose bianche, respirerò il tuo ultimo respiro.

Il libro bianco (Han Kang, Adelphi 2025)


L’impronta è un segno, è la prova di un passaggio, e approfondire un’impronta appena lasciata significa analizzarla prima che il tempo la possa modificare o cancellare.
Impronta ha la forma di un appunto sparso, grezzo, e osserva le prime tracce lasciate da un romanzo uscito da poco per capire come si colloca nella bibliografia del suo autore e come incide sul panorama letterario contemporaneo.