Dissociazione, parola, collettività

Impronta 005: Rimpatrio di Ève Guerra


Singhiozzo

È morto quel giorno lì, quando la luce in giardino attraversava la porta a vetri. Giorno di luce nel sole e di mani sui dizionari che voltano pagine come paesaggi, escono da una stanza per raggiungerne un’altra, l’aula del concorso al primo piano e la sezione Lettere. Mani che superano le scale e le file di sedie, braccia piene di uno due tre quattro libri, rumore di porte che apro di spalle, porte che sbattono come copertine, libri buttati sul tavolo. È morto nella punto stondata di una matita che sii spezza, la stregoneria delle parole per rivale: mi ricordo.

(Rimpatrio, È. Guerra, Gramma Feltrinelli, Milano, 2026)

È la morte del padre. La narratrice, nel quieto vivere di Lione, apprende la notizia. È la morte del padre, in Camerun, la terra delle radici. Rimpatrio di Ève Guerra sarà la ricerca di giustizia della protagonista contro la morte: far rimpatriare il corpo del defunto.

Quello di Guerra è un lirismo che non adorna ma che, ancillare al discorso sull’opacità del sé e la difficoltà della relazione, disorienta. Poco dopo l’incipit, l’incomunicabilità in uno scambio di battute che non ha altro esito che l’accrescimento della confusione; la quale confusione sta anche nel layout, nella forma, diciamo, carnale del libro, che talvolta, negli a capo ingiustificati, produce il singhiozzo, quello della protagonista, della sua voce autoriale, della vicenda che racconta.

Non possono recuperare la salma, tale il nucleo; refrain, ritornello asfittico della nostra è “Ho ucciso mio padre”.

La lingua frenetica sembra schiacciata, come le fosse reso impossibile raggiungere autonomia. Qualcosa di greve, il Reale, frammenta la frase. La protagonista, intanto, corre qua e là, una mosca in trappola, con la smania di dare senso alla morte, fin nella banalità del ricostruirla, tanto improvvisa e misteriosa è stata. Misteriosa perché legata a criminali, a conti non regolati, a datori di lavoro con le mani sporche.

Il primo asse di Rimpatrio è quello della dissociazione, insieme col senso dell’auto-sradicamento. Usufruendo di una voce scivolosa e inaffidabile perché febbrile (volponiana sebbene in Volponi l’inattendibilità consistesse, avversamente, nel controllo della prosa), Guerra dà un incarico all’evento luttuoso, quello dell’apertura di un ventaglio. La dissociazione è quella della voce a tratti beckettiana, soffocatagemente; la dissociazione è quella agita dalla protagonista, l’estromissione volontaria dal discorso del padre, delle radici, del paese d’origine. Se, fino al giorno del decesso, l’equilibrio c’era quantunque fragile, ora è il crollo, e la morte catalizza. Sicché “Ho ucciso mio padre” diventa “Pur essendo morto, mio padre può farmi male”. Perché, scopriamo leggendo, il padre della protagonista era un uomo orribile – esercizio della violenza, alcolismo, disabilità emotiva.

Concentrandoci sugli elementi formali, trascuriamo i fatti. Guerra lavora di prosa, di voce; è dal come che scaturisce il cosa. Si produce significato solo dopo aver intonato in un certo modo le corde vocali. Guerra sembra matura, nonostante Rimpatrio sia il suo esordio. La vicenda, intesa come succedersi di eventi, anche traumatici, è serva della prosa, che produce effetto, choc, emozione.

Nel Nome del Padre

La Recherche smembrata di Guerra passa dalla violenza domestica alla separazione dei suoi genitori, costruendo un testo sul soggetto, sull’Io quale effetto del discorso dell’altro. Ecco, diegeticamente, spiegata la lingua franta. Lacan vedeva in Joyce, il cui padre era un alcolista, l’invenzione della parola, della propria parola, per sopperire alla mancanza del Nome del Padre, quella parola che viene data al figlio, alla figlia affinché si inscriva nella rete dei segni, del sociale come discorso linguistico. Situazione analoga, vediamo: Guerra si inventa soluzioni sintattiche, elabora costruzioni retoriche all’apparenza poetiche ma, in realtà, necessarie alla sopravvivenza di un vettore narrativo che dia senso all’esistenza. E di nuovo è tensione: da una parte, l’allontanamento dalle radici, reso necessario da condizioni di vita precarie; dall’altra, il desiderio di riunire, ma più specificamente di seppellire.

Il padre sarà morto solo quando se ne potrà vedere il corpo.

L’avventura si gioca sul recupero del cadavere e la necessità della sepoltura. Perché mancata sepoltura è morte mancata, morte mozza, inassimilabile. Inassimilabile è la storia di un continente colonizzato, dunque Guerra, come Ernaux, per esempio, storicizza il suo Io narrante, oscillando tra una dimensione collettiva e privata di disagi, sfruttamento, compromessi, ambiguità morali.

Guerra compie la missione il 25 gennaio 2013. Il libro si chiude con una mail che imbambola la nostra protagonista, la trattiene di fronte allo schermo.

La morte di un padre è sempre uno sconvolgimento. Chi mai oserebbe chiederle di provare meno dolore, meno rabbia? Ma questo è forse un buon motivo per buttar via tutti i libri, così da non averne più nessuno con sé? E qui abbandono per un attimo gli abiti di professore e le parlo da donna, da essere umano per dirle il nostro comune destino: è inevitabile perdere chi si ama, ma non per questo si deve smettere di vivere. Non si aspetti un aiuto dalla letteratura più di quello che le dà già. La letteratura fornisce le chiavi del mondo a patto di essere in grado di interpretarlo, salva solo perché reinserisce l’individuo in una dimensione collettiva e di trasmissione, ed è quella la salvezza che passa attraverso la letteratura: fare di noi degli individui tra gli uomini, “salvando due volte quello che sanno, trasmettendolo” (Beauvoir)

(Rimpatrio, È. Guerra, Gramma Feltrinelli, Milano, 2026)

Come il Narratore di Proust, Guerra perviene al bisogno: scrivere. Scrivere per salvare, scrivere per rifare il mondo. Non già solo ordinare il proprio privato in una costruzione retrospettiva, ma anche usare la parola come mezzo politico, come tessera di partecipazione alla vita cittadina.

Questo il Simbolico: la rete dei segni che parla mediante noi, e quindi questa la funzione sociale di un memoir, ossia parlare di sé per immettersi in un discorso che ci trascende e da cui dipendiamo. Tornare alla vita dopo la forclusione o, nel caso di Guerra, nascere edificando, producendo parole, chiave per entrare in una rete già scritta, già tracciata. Pregio maggiore di Rimpatrio è ribadire, ricordare che scrivere è atto politico. Non per forza schieramento ma necessariamente partecipazione.


L’impronta è un segno, è la prova di un passaggio, e approfondire un’impronta appena lasciata significa analizzarla prima che il tempo la possa modificare o cancellare. Impronta ha la forma di un appunto sparso, grezzo, e osserva le prime tracce lasciate da un romanzo uscito da poco per capire come si colloca nella bibliografia del suo autore e come incide sul panorama letterario contemporaneo.