Impronta 004: Valanga di Raphaël Haroche
Geometrie domestiche
Nicolas posa il borsone sotto le gambe.
Indossa dei bermuda blu marino, una camicia a maniche corte e un paio di mocassini.
Lo stesso paio che portavo io, che ha camminato mille volte sul parquet di casa, su quelle figure geometriche in cui cercavo un significato, tra le vie del quartiere, nella polvere dei giardinetti, il cuoio allentato a furia di leva e metti ormai ha ceduto, a furia di stare sui rinforzi sui talloni per apparire più alto.
Le mie vecchie cose passano a Nicolas per la regola del più piccolo, nulla può riposare in pace dentro l’armadio, c’è sempre qualcuno pronto a prendere il vostro posto, le vecchie cose nelle quali ho camminato, sudato, nelle quali ho provato vergogna.(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
Haroche posiziona il suo Io narrante come osservatore. Ciò è funzionale a restituirne la potenza, perlomeno a tracciare la subalternità di Nicolas rispetto a Leonard, il quale passa al primo le cose vecchie. Peraltro, Leonard ha da dire di Nicolas che “chiederebbe il permesso per respirare, se potesse”. Per costruzione negativa si giunge, piano, a Leonard. Si giungerà, meglio dire. Notiamo poi, a pagina 11, la collocazione spaziotemporale: ci troviamo durante x, nell’y. Non scontato. In quanto Valanga romanzo di formazione, avrebbe potuto escludere la formazione storica favorendo la tendenza all’universale. Pure, si noterà nel testo quanto il 1989 sia dato allegorico. Stabilità, prima. Incerta minacciosa violenta. Ma il mondo aveva due punti, due poli (non il Nord e il Sud). La caduta del Muro è il crollo dei riferimenti, e infatti, pagina 13:
Mamma è morta, incidente d’auto, un camion fermo sul ciglio della strada, a fari spenti, una sera come tante, nulla di esotico, due chilometri da casa, un incrocio mortale a metà tra Meyrin e Croix-Rousse, ormai non metto più tanto a fuoco il suo volto, tende a sbiadire dalla memoria. Quando ci riesco però rivedo i suoi occhi blu violetto e ciò che indossava quel giorno, una felpa da ragazzina con la stampa di Topolino. Le ha fatto da sudario un topo con quattro dita.
(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
C’è del Camus; ma sempre, in ogni madre appena morta.
È un faro nella prosa di Haroche, certo, però non è l’unico. L’interesse formale è quello di coniugare differenti tipi di realismo, che passa dalla violenza sciatta e oscena dell’adolescente ellisiano (vedi Meno di zero):
Vado a masturbarmi alla svelta in bagno, il moto sulle rotaie e la scomodità del cubicolo mi fanno venire fretta.
(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
Ma la lezione resta quella del realismo affidato al dialogico, un parlato “vero”, e il parlato più vicino al “vero” è – forse il giudizio è unanime – quello di Carver (con l’aiuto di Lish), perciò le specifiche drammaturgiche (il collegio; il padre lontano per lavoro; la presentazione di Alexia detta “la Zarina”) vengono affidate al discorso diretto.
La schiettezza di Leonard trova inevitabilmente asilo nel linguaggio di Holden.
Soprattutto per quanto riguarda il catching in the rye.
Holden interpreta male una canzone di Robert Burns: if a body meet a body coming through the rye. Ma quel meet, Holden lo sente come catch. Non è dunque incontrare corpi che passano per il campo di segale; è prenderli. E Holden, lo sappiamo, vuole fare quello. Vuole essere il “prenditore”. Se dei bimbi corrono nel rye, Holden li vuole prendere prima che cadano. Dalla distorsione semantica nasce quello che non solo è desiderio, non solo è imperativo morale ma è anche struttura di sé, sia essa stratificazione narcisistica o soggettivazione tramite terzi. Non è importante, soprattutto non è importante qui clinicizzare Holden.
Ma il parallelo reale tra Holden e Leonard è questo catching. Holden vuole prendere i bambini che cadono; in Leonard, e solo alla fine, troveremo un altro desiderio, un altro soggetto.
Il realismo non solo è “in campo” ma è incarnato nella paratassi.
Dopo essersi fermato per far scendere i passeggeri, il treno notturno attraversa una zona residenziale con i soliti graffiti sui muri.
(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
E qui, come in Max Porter, l’uso del caps lock, e in generale una cura al layout come parte della forma. Segue:
Mi sto già pentendo di non essere rimasto con la Zarina.
Me lo immagino bene cosa staranno facendo, lassù nello chalet.
Trovo un quotidiano sul sedile accanto, sono state scoperte delle rocce di quattro miliardi di anni fa, le pietre più antiche mai rinvenute sulla faccia della Terra. Sicuramente anche gli archeologi del futuro esamineranno un giorno i graffiti di oggi.(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
Come l’apodittico:
PREVELAKIS PUZZI DI PISCIO.
(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
Scavare verso la luce
Attributi e apposizioni preferiti a subordinate relative; coordinazione perlopiù in asindeto; subordinazione minima. Quel che si può dire “effetto-script” marcato in romanzi come Non è un paese per vecchi di McCarthy, che i Coen hanno rispettato non solo negli accadimenti ma soprattutto nella scrittura scheletrica. A tratti anche Haroche abolisce il pensiero, ma solo perché, paradossalmente, emerga nel lettore: disposizione di fatti sempre più gravi (Leonard, entrato in collegio, diventa abulico, apatico, conosce il sesso nella forma anonima di un godimento senza desiderio), ed è al lettore – semmai voglia, non è necessario – che si delega la responsabilità della decodifica significante.
Si possono vedere gli episodi come tappe di un percorso dialettico che arriva alla sua sintesi nel concetto di dolore. Soprattutto – per restare sulla dialettica – autocoscienza del dolore.
Dopo il sesso e le trasgressioni à la I quattrocento colpi, il capitolo 11 vede il frantumarsi del rapporto già precario tra i fratelli: abbandonati, per tramite della morte, ma abbandonati, dalla madre, adesso Nicolas è incredulo che, mentre i collegiali lo chiamano “zombie”, lo picchiano, gli sputano addosso, Leonard non muova un dito, Leonard che Nicolas “ha sempre ritenuto la persona più coraggiosa sulla faccia della Terra”.
Sesso non protetto, Leonard mette incinta Alexia, che abortisce.
Possono refrigerare le vacanze di Ognissanti, che i fratelli trascorrono dalla nonna. E la madre emerge; dalla soppressione agita su di lei non poteva che tornare con irruenza moltiplicata. Ed è nel sogno che Leonard la incontra. Vorrebbe chiederle, dopo aver visto un flacone di medicine vuoto, cos’abbia preso, ma non ne ha il coraggio. Sono in auto e tre furgoni li inseguono. “L’involucro rotto della mia anima vuota è seduto sopra il mio piccolino” e non capisce, Leonard, finché Nicolas, piccolo, proteso sopra di lui, ride tanto che sveglia il fratello. Quel fratello inetto e piccolo, minore e forse non troppo presente a sé, per il quale – Leonard lo sa – non si apre un ventaglio di vita semplice; l’involucro dell’anima è il corpo e il corpo, rotto, è seduto su Leonard, “proteso”, dice Haroche.
Con l’epifania classica, come per i Dubliners, un “semplice” eureka che pure è sensoriale, che pure è materico e corporale, la fine è l’unica possibile – appunto dialettica, sintetica.
Mio padre ora tace e Nic si stringe ancora di più a lui, come se volesse saldarglisi addosso, fondere il proprio corpo con il suo e con le pareti della navicella. Probabilmente pensa che nostro padre sia un lontano discendente di Mosè, una sorta di profeta che pronuncia parole di saggezza solo dalla cima di una montagna.
(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
Ma il padre lavora, è impegnato, forse ucciso dal lutto, e troppo per amare.
La neve fra i tralicci è già cinerea, sfaldata, con sassi neri affioranti.
(Valanga, R. Haroche, Sellerio, Palermo, 2026)
Poi la navicella attraversa una nuvola, escono a rivedere il sole e, mentre il basso è tornata la calma e la valanga si è placata, Leonard sa che qualcuno dalla valanga è stato sommerso e sta scavando. Per dove scavi, si chiede, perché certo questo qualcuno non sa “se sta andando verso la luce o se sta sprofondando nell’oscurità”. Dopo la valanga del lutto, la perdizione è possibile; non necessariamente la dissolutezza, l’epicureismo. Il perdersi, il non riconoscersi. Certo Leonard non applica Kant a sé; ma vuole sapere – e questo è il suo catching in the rye – se la via porta alla luce o se, scavando nella neve che la valanga ha portato, sta muovendo verso mali più forti, più pesanti, più grevi.
E consiste in questa interrogazione il catching in the rye: capire quanto più in fretta se lo sforzo porta alla luce o alla tenebra. Se – Kant – “il Bene si sente”, riuscirò a sentirlo?
L’impronta è un segno, è la prova di un passaggio, e approfondire un’impronta appena lasciata significa analizzarla prima che il tempo la possa modificare o cancellare.
Impronta ha la forma di un appunto sparso, grezzo, e osserva le prime tracce lasciate da un romanzo uscito da poco per capire come si colloca nella bibliografia del suo autore e come incide sul panorama letterario contemporaneo.